PREVENZIONE

Ipotiroidismo, l'alimentazione non basta

di Silvia Soligon
Con Hypothyroidism Revolution niente farmaci. Ma lo specialista Massimiliano Andrioli è critico.
L'alimentazione corretta può servire ad aiutare i malati di tiroide ma non è sufficiente.

L'alimentazione corretta può servire ad aiutare i malati di ipotiroidismo ma non è sufficiente per guarire. (Thinkstock)

Spesso chi soffre di un’infiammazione cronica della tiroide non ha a che fare con un sintomo particolare. Nota anche come tiroidite di Hashimoto, questa malattia è scatenata da fattori immunitari, ma non è escluso che fattori ambientali e nutrizionali possano svolgere un ruolo nella sua comparsa. Se non trattata, l’infiammazione può peggiorare progressivamente fino a sfociare in ipotiroidismo vero e proprio. Anche se l’appropriatezza delle attuali cure farmacologiche è priva di dubbi, c’è chi afferma che per guarire sia sufficiente agire sull’alimentazione. È questo il caso dell’ideatore di Hypothyroidism Revolution, programma che promette di fermare l’ipotiroidismo alla radice attraverso un approccio funzionale e olistico totalmente svincolato dall’assunzione di farmaci. Si tratta di promesse realizzabili o di una scelta che può mettere in pericolo la salute di chi soffre di questo disturbo?
TIROIDE SANA IN TRE MOSSE
Il metodo proposto da Hypothyroidism Revolution consiste in tre fasi. Si parte con una dieta che permetterebbe di riacquistare le energie aumentando il funzionamento della tiroide, passando poi all’introduzione di alimenti che invertirebbero le alterazioni ormonali che compromettono l’attività della ghiandola. Nella terza fase piccoli cambiamenti dello stile di vita consentirebbero di mantenere il buono stato di salute raggiunto.
NON SOLO ALIMENTAZIONE
In effetti l’alimentazione può contribuire a migliorare o aggravare i sintomi dell’ipotiroidismo, soprattutto quando il problema è dovuto a una carenza di iodio. In questi casi può essere utile assumere alimenti ricchi di questo elemento come il sale iodato, il pesce di mare, le alghe marine e i molluschi, mentre altri cibi – come cavoli, broccoli, rape, ravanelli, cavolfiori e soia – dovrebbero essere consumati con moderazione perché aumentano il fabbisogno di iodio. Tuttavia, spiega a Letteradonna.it Massimiliano Andrioli, specialista in endocrinologia e referente di Endocrinologia Oggi, a Roma, Milano e Lecce, «oggi nei Paesi occidentali nella maggior parte dei casi non si ha a che fare con problemi derivanti dalla carenza iodica, ma con tiroiditi di origine autoimmune».
MANCANZA DI STUDI SCIENTIFICI
In realtà lo iodio non è l’unico elemento a entrare in gioco nel buon funzionamento della tiroide. Nel caso del selenio, ad esempio, alcuni studi hanno dimostrato che assumerlo può ritardare il passaggio da tiroidite a ipotiroidismo, ma, sottolinea l’esperto, «i risultati ottenuti non sono rivoluzionari. In generale, prima di professare un effetto miracoloso bisognerebbe dimostrarlo con studi scientifici. Affidarsi a un approccio di questo tipo senza prima verificarne le conseguenze può portare a soffrire di ipotiroidismo a lungo termine, situazione che analisi recenti hanno associato a un maggior rischio di problemi cardiovascolari, ictus e, conseguentemente, a una maggiore mortalità». Meglio, quindi, confrontarsi con il proprio medico prima di scegliere di puntare tutto sull’alimentazione.

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Publicato in: Corpo&Mente Argomenti: , , Data: 06-02-2013 01:19 PM


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