PREVENZIONE

Vaccino anti Papilloma, pro e contro

di Antonella Rossi
È uno strumento che potrebbe debellare la malattia. Ma, oggi, divide ancora gli esperti.

In Italia dal 2008 esistono due tipi di vaccino anti Papilloma virus, uno bivalente e l'altro quadrivalente.

Uno strumento per debellare la malattia in via definitiva. Che potrà dare risposte solo fra 40 anni. E divide gli esperti.  È una delle neoplasie per le quali la ricerca ha ottenuto i maggiori successi, eppure ogni anno in Italia si registrano 3.500 nuovi casi di tumore al collo dell’utero. I dati, diffusi da O.N.Da, Osservatorio nazionale per la salute della donna, sono stati presentati alla Camera in occasione della settimana europea 2013 per la prevenzione del carcinoma della cervice.
VACCINO PER LE GIOVANISSIME
Il principale responsabile della malattia è un virus a trasmissione sessuale, il Papilloma, e dal 2008 anche in Italia è disponibile un vaccino, sulla cui utilità esistono però pareri discordanti. La vaccinazione viene somministrata in tre fasi, la seconda e la terza rispettivamente a due e sei mesi dalla prima. Gli esperti consigliano di fare il vaccino tra i 12 e i 25 anni, fascia di età ritenuta a rischio perché, di solito, è quella in cui si cambia più spesso partner. Esistono due tipi di vaccino, uno bivalente, che protegge dai ceppi 16 e 18 di Papilloma, principali responsabili del tumore al collo dell’utero, e l’altro quadrivalente, che protegge anche dai ceppi 6 e 11. «I ceppi 6 e 11 sono i responsabili dei condilomi, piccole manifestazioni tumorali benigne che insorgono poco tempo dopo dalla contrazione del virus», spiega a LetteraDonna.it Luciano Mariani, responsabile Hpv Unit dell’Ifo di Roma, Centro multidisciplinare per lo studio del Papilloma virus degli Istituti Fisioterapici Ospitalieri. «La protezione garantita dai vaccini arriva al 70-75%. Il resto va affidato allo screening e al Pap test, che resta uno strumento di prevenzione molto valido», prosegue lo specialista.
I PRIMI RISULTATI
Il vaccino quadrivalente, a pochi anni dalla sua commercializzazione, ha già emesso i primi verdetti. «Sono diminuiti i condilomi, abbiamo dati dall’Australia e dalla Nuova Zelanda, ma anche da Svezia e Danimarca, Paesi dove la vaccinazione è iniziata prima che in Italia», spiega ancora l’esperto. «Diciottenni vaccinate a 12 anni, quindi all’inizio del protocollo di vaccinazione, hanno un numero di condilomi inferiore del 50% rispetto alle coetanee non vaccinate. Ma l’elemento davvero significativo è che il dato vale anche per i ragazzi. Questo vuol dire che esiste una generazione intera che ha debellato buona parte di questi virus infettivi», precisa lo specialista.
LE RAGIONI DEL NO
«Non ci sono invece ancora riscontri per quanto riguarda l’incidenza tumorale, perché questo tipo di carcinoma ha tempi di insorgenza molto lunghi e raggiunge il picco intorno ai 45 anni, mentre di solito le infezioni si contraggono intorno ai 20-25», aggiunge Luciano Mariani. Questo è uno dei punti più controversi della vaccinazione, perché, a oggi, non possiamo sapere se una ragazzina vaccinata a 12 anni sarà immune dal tumore quando ne avrà 40. «Il vaccino protegge da quattro virus, si arriva al 70% di copertura, ma quel 30% che resta fuori non può essere sottovalutato», spiega a LetteraDonna.it Michele Grandolfo, epidemiologo. «Bisogna inoltre considerare un dato non trascurabile. Quando si esercita una pressione selettiva di questo tipo, contro ceppi predominanti, si crea uno spazio libero per quelli meno potenti, ma ugualmente implicati nello sviluppo tumorale. Un’eventualità che vanificherebbe l’intervento dell’attuale profilassi», precisa l’esperto.
QUESTIONE (ANCHE) DI SPENDING REVIEW
Sul fronte del no pesano anche i costi della profilassi. «Gli 80 milioni di euro che si spendono ogni anno per il vaccino (circa 450 euro per le tre dosi ndr), potrebbero essere investiti per potenziare lo screening e il Pap test, uno strumento insostituibile, perché se fatto bene permette di raggiungere maggiori risultati rispetto a quelli di una vaccinazione che ancora non ha riscontri. Il Pap test riduce, infatti, l’incidenza tumorale del 90%», ha aggiunto il dottor Grandolfo. «Da mettere in conto – prosegue l’esperto – anche i rischi di una disincentivazione allo screening con il Pap test da parte di chi viene vaccinata, anche per il livello di oscenità con cui viene propagandata la vaccinazione come panacea», conclude. Una questione che presenta quindi molti punti di dibattito, non ultimo quello legato alla geografia di questo tipo di tumore, più diffuso dove le condizioni socio-economiche sono più svantaggiate, con un divario ancora forte tra Nord e Sud. Su questo, almeno, c’è accordo. In Campania e Sicilia le vaccinazioni sono sotto la soglia del 50% (dati O.N.Da), e qui si fa anche meno prevenzione. Quello che, a oggi, sembra mancare è una strategia comune, capace di andare contro le divisioni e gli interessi economici, finalizzata al bene pubblico.

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Publicato in: Corpo&Mente Argomenti: , , Data: 01-02-2013 09:26 AM


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